La vittimologia studia la vittima e, soprattutto, i processi di vittimizzazione: come si produce il danno, quali conseguenze può determinare e in che modo istituzioni e società possono prevenire ulteriori forme di sofferenza.
Oltre lo studio dell'autore del reato
Quando si parla di criminalità, l'attenzione pubblica tende a concentrarsi sull'autore: chi ha commesso il fatto, perché lo ha fatto, quale responsabilità gli debba essere attribuita e quale risposta debba adottare l'ordinamento. Questa prospettiva è indispensabile, ma non esaurisce la comprensione dell'evento. Dall'altra parte del fatto esiste infatti una persona, un gruppo o una collettività che ne subisce le conseguenze.
La vittimologia nasce dall'esigenza di rendere questa dimensione oggetto di studio autonomo e sistematico. Non si limita a descrivere chi abbia subito un reato, ma osserva le relazioni tra vittima, autore, contesto sociale, istituzioni e sistemi di tutela. Il suo campo comprende inoltre le conseguenze psicologiche, sociali, economiche e relazionali della vittimizzazione, le condizioni di vulnerabilità e di protezione e le strategie di prevenzione.
Dalla vittima al processo di vittimizzazione
Uno dei passaggi più importanti consiste nello spostare l'attenzione dalla sola categoria di “vittima” al processo di vittimizzazione. L'esperienza non termina necessariamente con il fatto che l'ha originata. Le conseguenze possono proseguire nel tempo e incidere sul senso di sicurezza, sulle relazioni, sull'attività professionale, sulla situazione economica e sulla fiducia nelle istituzioni.
La vittimologia considera quindi non soltanto l'evento iniziale, ma ciò che accade prima, durante e dopo. Questo approccio permette di comprendere perché due persone esposte a situazioni apparentemente simili possano avere bisogni profondamente diversi e perché la risposta istituzionale debba essere adattata alla singola situazione.
Vittimizzazione primaria, secondaria e ripetuta
Con vittimizzazione primaria si indicano le conseguenze direttamente connesse all'evento dannoso o al reato. Il concetto di vittimizzazione secondaria riguarda invece il danno ulteriore che può derivare dalle risposte sociali o istituzionali: per esempio da modalità di ascolto inappropriate, ripetizioni non necessarie del racconto, esposizione pubblica, stigmatizzazione o atteggiamenti colpevolizzanti.
Un ulteriore tema è la vittimizzazione ripetuta, cioè il verificarsi di nuovi episodi ai danni della stessa persona. La Direttiva 2012/29/UE richiede agli Stati membri di considerare specificamente il rischio di vittimizzazione secondaria e ripetuta, intimidazione e ritorsione e di procedere a una valutazione individuale delle esigenze di protezione.
Una disciplina necessariamente interdisciplinare
La vittimizzazione è un fenomeno complesso. Per comprenderlo servono contributi provenienti da criminologia, psicologia, sociologia, diritto, medicina, pedagogia, statistica, scienze della comunicazione e altre discipline. Una persona che subisce violenza può avere contemporaneamente bisogni giudiziari, sanitari, psicologici, economici, familiari e sociali.
Questa interdisciplinarità non è un elemento accessorio, ma una caratteristica strutturale della vittimologia. Nessuna singola disciplina è sufficiente, da sola, a descrivere l'intero percorso della persona.
La vittima come soggetto di diritti
Nel quadro europeo, la Direttiva 2012/29/UE rappresenta un riferimento fondamentale: stabilisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e afferma che esse devono essere riconosciute e trattate in modo rispettoso, sensibile, personalizzato, professionale e non discriminatorio. In Italia la direttiva è stata attuata, tra l'altro, con il Decreto legislativo 15 dicembre 2015, n. 212.
Il passaggio è culturalmente rilevante: la vittima non è soltanto una fonte di prova o una figura collaterale del procedimento penale. È un soggetto portatore di diritti, bisogni e aspettative che devono essere considerati nel rispetto delle garanzie di tutte le parti coinvolte.
Perché la vittimologia riguarda la società contemporanea
La vittimologia non riguarda soltanto i reati tradizionalmente associati alla violenza. La trasformazione digitale ha ampliato gli scenari: cyberbullismo, stalking online, frodi informatiche, furto d'identità, diffusione non consensuale di immagini, deepfake e altre forme di abuso possono produrre danni che si sviluppano contemporaneamente nello spazio fisico e digitale.
Allo stesso tempo, l'invecchiamento della popolazione, le trasformazioni familiari, la mobilità, i cambiamenti del lavoro e la crescente esposizione pubblica sui social network pongono nuove questioni sulla vulnerabilità, sulla prevenzione e sui modelli di assistenza.
Prevenire significa conoscere
Studiare le vittime non significa attribuire loro la responsabilità di evitare il reato. Significa individuare fattori di rischio, condizioni contestuali e strumenti di protezione che possano ridurre la probabilità del danno o attenuarne le conseguenze. Una prevenzione corretta non sposta la responsabilità dall'autore alla vittima: aumenta invece la capacità della società di riconoscere i rischi e intervenire in modo appropriato.
Una prospettiva sulla qualità della società
La vittimologia consente infine di osservare un aspetto fondamentale della convivenza civile: il modo in cui una comunità reagisce quando una persona subisce un danno. Qualità dell'ascolto, accessibilità dei servizi, rispetto della dignità, capacità di protezione e prevenzione della vittimizzazione secondaria sono indicatori della qualità delle istituzioni e delle relazioni sociali.
Comprendere la vittimologia significa quindi comprendere non soltanto la vittima, ma anche la risposta della società alla vulnerabilità e al danno.
Riferimenti essenziali
- Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, 25 ottobre 2012.
- Decreto legislativo 15 dicembre 2015, n. 212, attuazione della Direttiva 2012/29/UE.
- Hans von Hentig, The Criminal and His Victim, Yale University Press, 1948.