La sofferenza di una vittima può essere aggravata non soltanto dal fatto originario, ma anche da modalità inadeguate di ascolto, esposizione, giudizio o gestione istituzionale. È il problema della vittimizzazione secondaria.
Quando il danno non finisce con l'evento
Una persona subisce un reato, cerca aiuto e inizia un percorso che può coinvolgere forze dell'ordine, avvocati, magistratura, servizi sanitari, servizi sociali, scuola, ambiente di lavoro e mezzi di informazione. Proprio in questa fase può prodursi un danno ulteriore, non direttamente causato dall'evento originario ma dalla risposta ricevuta.
È in questo spazio che si colloca il concetto di vittimizzazione secondaria. Non ogni disagio inevitabilmente collegato a una procedura costituisce di per sé vittimizzazione secondaria; il problema emerge quando modalità evitabili, non proporzionate o non rispettose aggiungono sofferenza alla persona.
Esempi di possibili fattori rivittimizzanti
Tra le situazioni frequentemente discusse in letteratura e nelle politiche di tutela rientrano la ripetizione non necessaria del racconto, atteggiamenti svalutanti o colpevolizzanti, mancanza di informazioni comprensibili, attese non spiegate, esposizione impropria dei dati personali, contatti evitabili con l'autore e modalità di interrogazione non adeguate all'età o alle condizioni della persona.
È importante evitare automatismi. La stessa procedura può essere vissuta in modo diverso da persone differenti; per questo la valutazione individuale è uno dei principi centrali della normativa europea.
Il quadro europeo
La Direttiva 2012/29/UE richiede agli Stati membri di garantire informazione, assistenza e protezione adeguate e dedica specifica attenzione al rischio di vittimizzazione secondaria e ripetuta, intimidazione e ritorsione. L'articolo 22 prevede una valutazione individuale delle vittime per individuare specifiche esigenze di protezione.
La direttiva sottolinea inoltre che le caratteristiche personali della vittima, il tipo o la natura del reato e le circostanze in cui esso è avvenuto devono concorrere alla valutazione. In Italia il recepimento è avvenuto con il Decreto legislativo n. 212 del 2015.
L'ascolto professionale
Ascoltare una vittima non significa rinunciare alla verifica dei fatti. Una procedura rigorosa può e deve convivere con modalità rispettose. Chiarezza delle domande, spiegazione del loro scopo, linguaggio comprensibile e attenzione alle condizioni della persona contribuiscono a ridurre l'impatto del percorso.
Formazione e protocolli sono quindi essenziali. Non basta la buona volontà individuale: la prevenzione della vittimizzazione secondaria deve essere incorporata nell'organizzazione dei servizi.
Il ruolo dei media e dei social network
La rivittimizzazione non è esclusivamente istituzionale. La pubblicazione di dettagli intimi, l'identificazione diretta o indiretta, l'uso di fotografie private, la spettacolarizzazione e i commenti colpevolizzanti sui social possono amplificare il danno.
Nel digitale, inoltre, il contenuto può restare accessibile a lungo, essere copiato e riapparire in contesti differenti. La persistenza informativa può quindi prolungare nel tempo l'esposizione della persona.
Minori e persone con specifiche esigenze
La protezione assume particolare rilievo quando la vittima è minorenne. La Direttiva 2012/29/UE stabilisce che l'interesse superiore del minore debba essere una considerazione primaria e che l'approccio tenga conto di età, maturità, opinioni, necessità e preoccupazioni.
Più in generale, la vulnerabilità non deve essere dedotta da una singola etichetta. Occorre valutare concretamente la relazione con l'autore, la capacità di comunicazione, la condizione sociale, eventuali disabilità e le caratteristiche dell'evento.
Informazione come strumento di protezione
Non conoscere ciò che accadrà può aumentare ansia e senso di perdita di controllo. Informare in modo chiaro sulle fasi di una procedura, sui diritti, sui servizi disponibili e sulle possibili tempistiche ha quindi un valore sostanziale, non meramente burocratico.
Una persona informata può assumere decisioni più consapevoli e partecipare in modo più attivo al proprio percorso.
Prevenire la vittimizzazione secondaria
Le strategie più efficaci si basano su alcuni principi trasversali: ridurre le ripetizioni non necessarie, garantire riservatezza, predisporre ambienti adeguati, coordinare i servizi, formare gli operatori, adattare la comunicazione e valutare individualmente le esigenze di protezione.
Una società capace di perseguire il reato ma incapace di proteggere la persona durante il percorso successivo lascia incompleta la propria risposta. La tutela della vittima comprende anche la prevenzione del danno che il sistema stesso può involontariamente produrre.
Riferimenti essenziali
- Direttiva 2012/29/UE, artt. 18-24.
- Decreto legislativo 15 dicembre 2015, n. 212.